L'ultima cena di un pennello eretico

Interno della chiesa dedicata a san Gaudenzio, vescovo di Novara, nel paese di Baceno, nel cuore della Valle Antigorio. Un disagio profondo mi assale. Sprofondo in un'angoscia che non attendevo. Le arti visive permettono voli che esistono solo nella nostra più recondita immaginazione. Un affresco dove le ombre sembrano coprire le luci. Ho scoperto che nel buio possiamo trovare più illuminazione di quello che potevo pensare. Nelle ombre indaghiamo, osserviamo. Cerchiamo quello che all'apparenza non c'è. Alleniamo la mente al buio della nostra stanca civiltà, alle tenebre nelle quali, lentamente, la nostra cultura e il nostro passato sprofondano. Nell'oscurità troviamo anche l'angoscia. In quel momento, e solo in quel momento, qualcosa sembra sfuggire alla nostra comprensione. La paura assale prima il cervello e dopo il corpo. La luce che, a fatica, troviamo nel buio è il faro del nostro prossimo cammino. Sarà un camminare difficile, alle volte complesso, ma mai ripetitivo. Nell'oscurità del nostro guardare comprendiamo i simboli di chi ci ha preceduto, di chi ha lasciato qualcosa per noi. Di fronte all'affresco dell'ultima cena, dipinto dalle sapienti mani di Giacomo da Cardone, uno dei pochi pittori eretici del nostro passato, cosa dobbiamo cercare? Dobbiamo guardare nel visibile o indagare nel vuoto, negli spazi lasciati da Giacomo? Un tavolo inclinato che sembra voler far scivolare tutto quello che sorregge. Piatti, posate ed alimenti sembrano sospesi nello spazio che occupano. Lo spazio tra l'avere e l'essere. Il pittore ci ha accompagnato negli ultimi momenti della vita di una persona. Giacomo ci permette di essere parte della storia narrativa dipinta sulla parete. Cercare quello che manca, se manca, è complesso. Uno spazio vuoto tra gli apostoli posti di fronte al Cristo. Quello spazio è riempito da un coltello in bilico, con il manico rivolto allo spettatore. Sembra volerci chiedere di afferrarlo, di fermare la caduta dell'oggetto. Gli altri uomini di fede si stringono attorno all'uomo posto al centro della scena. Quelli sono i primi uomini che hanno creduto, formeranno il primo nucleo che porterà nuovi concetti dal vicino oriente all'occidente. Perché l'angoscia negli occhi di un ateo? Comprendere che guardare dei vivi che sembrano morti è un'esperienza assoluta, che non pensavo di vivere alla fine di una giornata sulle nevi dell'Ossola. L'incedere degli apostoli è inconfondibile, una sola parola lo può spiegare: fantasmi. Uomini che non parlano, che possono solo osservare. La tristezza appare nei loro visi. Un'angoscia provata nello scarto improvviso delle membra. Il prediletto è vicino, molto vicino. L'allievo è rilassato, quasi addormentato. 
Il Cristo abbraccia Giovanni comprendendo che sarà l'ultima volta. Qualcuno tradirà per pochi denari. Siamo di fronte all'ultima luce del giorno che rimbalza dalla tovaglia alle pareti. Quell'ultima luce penetra l'animo di chi l'osserva. L'ombra e il buio, che la storia visiva ci ricorda, sono ora sorpassare, abbattute da un singolo spiraglio luminoso che mi conduce nello spazio che sto attraversando. Il nuovo millennio ha dato luce alla rappresentazione o mescolato le carte? Cristo era celibe, come lo erano gli esseni. Il noto scrittore Dan Brown nel Il Codice da Vinci  mette in bocca al personaggio, Leigh Teabing, queste parole: “Gesù era ebreo e il costume dell'epoca imponeva virtualmente a un ebreo di essere sposato. Secondo i costumi ebraici, il celibato era condannato e ogni padre aveva l'obbligo di trovare per il figlio una moglie adatta”. La teoria del matrimonio tra Gesù e Maddalena è giustificata secondo l'autore del volume che ha scaldato i cuori di milioni di lettori. Secondo alcuni studiosi, Cristo era un esseno. Qualora non lo fosse,  le sue posizioni erano molto vicine a quelle del gruppo tradizionalista conosciuti come esseni. Questi ultimi erano un movimento religioso molto consistente che viveva nel celibato, Giovanni Battista era un esseno e fece del celibato una regola di vita, e nessuno imponeva loro di sposarsi. Sugli esseni sappiamo molto di più grazie a ritrovamenti dei rotoli del Mar Morto. I punti di contatto tra gli esseni e Gesù sono numerosi, oltre alla vita celibe. Tutte queste informazioni erano disponibili a Giacomo da Cardone? Giacomo nacque agli inizi del terzo decennio del XVI secolo: possiamo dedurlo dal fatto che il padre, Guidolo, volle commemorare il completamento della propria abitazione, nel 1522, con un’iscrizione graffita sulla facciata. Giacomo da Cardone ebbe educazione più accurata e diversa da quella dei suoi conterranei. Gli inizi si possono supporre a Montecrestese oppure a Domodossola nello studio dei Minori Conventuali. Proseguì l’apprendimento in qualche importante centro della Lombardia, probabilmente Milano o Pavia, dove imparò l’arte della pittura ed acquisì la pratica del notariato. L’ambiente che frequentava in Lombardia era, quasi sicuramente, vigilato dagli agenti governativi spagnoli e/o dalla santa inquisizione, perché non era difficile che tra gli artisti emergessero pericolose tendenze in contrasto con la politica e la religione dominanti in quel preciso momento storico. I cantieri aperti a Crevola, nella chiesa dedicata ai Santi Pietro e Paolo, e Baceno, nella chiesa dedicata a San Gaudenzio, scatenarono la vocazione del giovane studente. Gli esordi risalgono al 1542 quando affrescò un’immagine devozionale in un edificio di Montecrestese. Il tempo corre veloce. Si giunge la 1547 quando la parrocchiale di Montecrestese, dedicata a Santa Maria Assunta, ritenuta dalla popolazione buia e troppo bassa, chiama a se il pittore che, negli anni seguenti, imprimerà sui muri il suo pensare, il suo essere diverso. Un uomo fuori dal tempo e dallo spazio. La sua opera inizia con la realizzazione di due personaggi, San Giovanni Battista e San Sebastiano. I due santi sono affrescati sulle colonne che sostengono l’arco d’accesso ad una cappella della navata di destra. Alla sinistra dell’ingresso troviamo San Giovanni Battista. 
Vestito con l’abito tessuto di peli di cammello. Alla destra del capo di Giovanni Battista la scritta che lo contraddistingue: ecce agnus dei. Ecco l’agnello di Dio. Alla destra dell’ingresso appare san Sebastiano, facilmente riconoscibile dal corpo trafitto di frecce. Durante la lavorazione di questi due affreschi, Giacomo da Cardone, entra in contatto con la confraternita di Santa Marta. Conoscenza che si svilupperà, positivamente per entrambi, con il trascorrere del tempo, sino a giungere al 1550, anno in cui si affida al pittore la realizzazione dell’apparato pittorico di una cappella, costruita a spese della confraternita, in fondo alla navata settentrionale. Arriviamo al 1550 quando la cappella della navata settentrionale, che oggi conserva il battistero, è ultimata. La richiesta dei committenti al pittore consisteva nella realizzazione di opere che dovevano riguardare la crocifissione, il purgatorio ed il giudizio universale. Nella grande crocifissione, presente sullo sfondo della cappella, è riscontrabile l’influsso dei grandi pittori contemporanei, o leggermente precedenti, al da Cardone, come il Bugnate o Gaudenzio Ferrari. Negli anni successivi iniziò ad operare nel cantiere della chiesa dedicata a San Gaudenzio a Baceno dove, nel 1554, affrescò l’ultima cena. Sulla destra del grande affresco ritroviamo un Sant’Antonio Abate sempre del 1554.  Giacomo, fantasioso e versatile, si lasciò lusingare dalle idee luterane. Fu catturato nel 1561 ed accusato d'essere luterano. Fu esaminato e giudicato dall’inquisitore generale di Milano Fra Angelo Enguada. Fu sottoposto al tratto di corda o squassamento. Questa tipologia di tortura è nota per essere stata la prima utilizzata dalla santa Inquisizione. Giacomo da Cardone, alla fine degli interrogatori cui fu sottoposto, abiurò. Non sappiamo a quale livello di tortura fu sottoposto, sappiamo che qualche tempo dopo l’arresto ritornò nella natia Montecrestese. Qui finisce la tortura fisica ed inizia quella psicologica. Dopo una severa inquisizione fece atto d’abiura dei suoi errori. Fu soggetto ad una dura penitenza e rimandato in Ossola. 
La punizione fu severa, ad indicare l’importanza dell’eresia nella quale era caduto. Tra i tanti obblighi, uno particolarmente mi ha colpito: doveva dipingere l’immagine di san Rocco nella sua casa. Il santo è invocato contro la peste e le malattie gravi. San Rocco fu imprigionato come spia a Voghera e rimase dimenticato in un carcere per almeno tre anni. In quel luogo desolato trovò la morte. La Santa Inquisizione scelse san Rocco come monito per il prigioniero? Questo a noi sfugge, ma nel 1591 in quella stessa casa si svolse un processo contro una presunta strega. Non facendo vita pubblica decise di farsi costruire una nuova casa che si impegnò a decorare sbrigliando completamente la sua fantasia. Le scene ci riportano ad una ribellione interiore del pittore per il processo subito: Giacomo lo riteneva ingiusto nel procedere e nelle punizioni. In questo periodo ritornò a lavorare al cantiere della chiesa dedicata a San Gaudenzio a Baceno, dove affrescò la deposizione dalla croce e la sepoltura del Cristo. Trascorso il tempo della condanna per eresia, quattro anni, i compaesani si riuniscono in un forte atto di solidarietà: chiedono il reintegro di Giacomo all’ufficio di Notaio. Tanto fecero che il pittore fu reintegrato con decreto del 19 agosto 1566. L’atto fu firmato dal vicario del vescovo di Novara monsignore Serbelloni. Un interessante documento riporta: “Giacomo da Cardone dopo essere caduto nell’eresia, dopo la sua penitenza, è sempre vissuto da cattolico e cristiano secondo i precetti della Santa Cattolica Ortodossa e Romana chiesa e come si conviene a quell’uomo probo che sempre fu, eccetto la caduta di sopra, ed è al presente, ed ha sempre condotto vita onesta modesta e morigerata.” Dell’attività notarile di Giacomo non esistono attestazioni. Lo ritroviamo nel 1591 quando nella sua casa prese dimora frate Francesco Silvestrio, dei minori conventuali, vicario dell’inquisitore di Novara Andrea Gotescho. Il motivo della presenza del frate inquisitore si deve ad un processo a carico di alcune donne di Montecrestese accusate di stregoneria. Qui si conclude questo ricordo di un pittore, notaio ed eretico. Spaccato della vita del Cinquecento del nostro paese. Una domanda ancora non trova risposta: cosa avrà voluto rappresentare Giacomo da Cardone in quell'ultima cena nel buio di una valle delle Alpi?

Fabio Casalini


Bibliografia
Arioli Luigi. Una camera nuziale del 1500, presente in Illustrazione Oscellana 1959

Bertamini Tullio. Processo alla stria che ha toccato la vacca sulla schiena, presente in Illustrazione Ossolana 1962

Bertamini Tullio. Le disavventure del pittore Giacomo di Cardone, presente in Oscellana 1991

Bianchetti Gianfranco. Il pittore Giacomo di Cardone, presente in Oscellana 1988

Edward John. Storia dell'Inquisizione. Oscar Mondadori. 2006

Lea Henry. Inquisizione. Storia e Organizzazione. Res Gestae editore. 2012

FABIO CASALINI – fondatore del Blog I Viaggiatori Ignoranti
Nato nel 1971 a Verbania, dove l’aria del Lago Maggiore si mescola con l’impetuoso vento che, rapido, scende dalle Alpi Lepontine. Ha trascorso gli ultimi venti anni con una sola domanda nella mente: da dove veniamo? Spenderà i prossimi a cercare una risposta che sa di non trovare, ma che, n’è certo, lo porterà un po’ più vicino alla verità... sempre che n’esista una. Scava, indaga e scrive per avvicinare quante più persone possibili a quel lembo di terra compreso tra il Passo del Sempione e la vetta del Limidario. È il fondatore del seguitissimo blog I Viaggiatori Ignoranti, innovativo progetto di conoscenza di ritorno della cultura locale. A Novembre del 2015 ha pubblicato il suo primo libro, in collaborazione con Francesco Teruggi, dal titolo Mai Vivi, Mai Morti, per la casa editrice Giuliano Ladolfi. Da marzo del 2015 collabora con il settimanale Eco Risveglio, per il quale propone storie, racconti e resoconti della sua terra d’origine. Ha pubblicato, nel febbraio del 2015, un articolo per la rivista Italia Misteriosa che riguardava le pitture rupestri della Balma dei Cervi in Valle Antigorio.

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