mercoledì 26 luglio 2017

Pomponio de Algerio, il ragazzo gettato nell'olio bollente a Piazza Navona

I tormenti di Pomponio de Algerio
19 agosto 1556.
Estate calda a Roma.
La gente si ammassa per godere liberamente dello spettacolo.
I più ansiosi d'ammirare le disgrazie del malcapitato spingono per giungere nelle prime file.
Una caldaia di olio bollente risplende nella calca di Piazza Navona. 
Un ragazzo di 25 anni è accompagnato all'interno dell'arena.
Trascorrono pochi istanti e il giovane è agguantato e trasportato nei pressi della caldaia, che attende ribollente la vittima sacrificale.
Quell'uomo è un eretico e come tale deve essere sacrificato per il mantenimento dell'ortodossia. Molti prima di lui, tantissime dopo.
Il grande contenitore è riempito con olio, pece e trementina.
Il ragazzo guarda la folla, alza gli occhi al cielo e pronuncia alcune scomposte parole.
Il tempo si ferma.
Il vento non accarezza i capelli dei presenti.
I cavalli silenti sembrano partecipare allo strazio collettivo.
Dolore che diviene spettacolo.
Il ragazzo decide d'immergersi spontaneamente nella caldaia, un sorriso e proferisce parole di resistenza mentale: “accogli, mio Dio, il servo e martire tuo”.
In pochi istanti un lampo di fuoco nel cielo divenuto nero.
E fu la fine.
Il 22 agosto del 1556, l'ambasciatore di Venezia scrive al consiglio dei Dieci: “..nel mezzo delle fiamme e dei tormenti, visse un quarto d'ora”. Lo stesso politico aggiunse: “quello scolaro di Nola che le eccellentissime signorie vostre mandarono qui, fu uno di questi giorni bruciato vivo in Piazza Navona”.
Le domande cercano spazio nella mente.
Chi era quel ragazzo?
Perché decisero di bruciarlo vivo in Piazza Navona?
Perché un ambasciatore scrive ai politici veneziani?
Piazza Navona rappresentata qualche decennio dopo gli eventi narrati
Fortunatamente il tormento di quell'uomo trova buoni riscontri nei documenti.
Il giovane si chiamava Pomponio Algieri, o de Algerio, e nacque in Nola nel 1531. Rimasto orfano troppo presto fu cresciuto dalla zio paterno. Probabilmente la famiglia era benestante poiché Pomponio studiò in un Collegio di Nola prima di trasferirsi nella prestigiosa università di Padova.
Frequentò teologia, filosofia, medicina e diritto, seguendo le lezioni del professor Matteo Gribaldi che, sospettato d'essere protestante, riparò a Ginevra.
Era il 1552, Pomponio era poco più che ventenne.
Il professor Gribaldi fece breccia nella mente del giovane salito da Nola, tanto da essere agguantato dagli sbirri della santa Inquisizione.
Il 29 maggio del 1555, fu arrestato per volere dell'inquisitore fra Girolamo Girello. L'uomo di nero vestito effettuò alcune domande di rito e il nolano, da non confondersi con il Grande Nolano, affermò di chiamarsi Pomponio de Algerio e che non conosceva il motivo dell'arresto poiché, lui, non si riconosceva in errore.
Per gli uomini dell'Inquisizione lui qualcosa nascondeva.
Nell'interrogatorio del 17 luglio, il ragazzo si spinse ad affermare che “la chiesa romana non è quella universale, ma una chiesa particolare e ogni chiesa particolare in alcune cose può errare, e la chiesa romana in più cose sembra deviare dal vero”.
Proviamo ad immaginare il sorriso contenuto a stento dal grande inquisitore.
Se avesse potuto si sarebbe districato in un ballo sfrenato, si sarebbe arrampicato sui muri e brindato con vino francese.
Ma Pomponio ancora non aveva finito di parlare, e di arrecare gioia agli uomini di nero vestiti: negò, con forza, l'autorità del Papa, essendo Cristo il capo della chiesa. Si spinse oltre negando la transustanziazione affermando che “in la eucarestia e cena del Signore riceversi veramente la carne e il sangue di Cristo, però per spirito e che in quel pane ve sia non solo gli accidenti ma anche la sostanza dello stesso pane”.
Il ragazzo immaginava di non avere scampo.
L'inquisitore cattolico non poteva che godere nel profondo delle viscere.
Pomponio de Algerio scrisse una lettera ai compagni di fede, che riuscì a far pervenire il 21 luglio del 1555. Nella stessa ammetteva che aveva trovato “miele nelle viscere del leone, amenità nella fossa oscura, tranquillità e speranza di vita nel luogo dell'amarezza e della morte, letizia nel baratro infernale”.
Il 28 luglio, durante un altro interrogatorio, rincarò la dose negando l'esistenza del purgatorio e il culto dei santi, poiché “Cristo è il mio intercessore e non altri in cielo”.
Gian Pietro Carafa divenuto Paolo IV
Nel frattempo, a Roma, era stato eletto Papa Gian Pietro Carafa, con il nome di Paolo IV. Nel 1542 Carafa riuscì ad ottenere da Paolo III l'istituzione della Congregazione della sacra romana e universale Inquisizione. Sino ad allora l'inquisizione era stata gestita dalle singole diocesi. L'istituzione aveva il compito di vigilare sulle questioni della fede e della difesa della Chiesa dalle eresie. Carafa fu il primo presidente.
Uno dei primi provvedimenti da Pontefice fu quello d'innalzare l'inquisizione ad organo di governo della chiesa.
Gian Pietro Carafa, divenuto Paolo IV, chiese l'estradizione di Pomponio de Algerio a Roma.
Il fanatico inquisitore si scontrò con il Consiglio dei Dieci. Il governo veneziano non consegnava i propri cittadini all'Inquisizione romana e poneva serie difficoltà anche per l'estradizione di cittadini d'altri stati. Il tribunale di Padova non emise sentenza nei confronti di Pomponio ma decise di trattenerlo in carcere affinché “potesse lasciare questa sua ostinazione”.
Le pressioni di Paolo IV, Gian Pietro Carafa, furono tali che il 14 marzo 1556 il Senato di Venezia diede il consenso all'estradizione.
Fu rinchiuso nelle carceri del Sant'Uffizio a Roma.
Pomponio de Algerio fu sottoposto ad un secondo processo.
Il ragazzo rifiutò d'abiurare.
Fu dichiarato eretico e condannato a morte.
La sentenza fu eseguita il 19 agosto del 1556.
Benedetto Croce
Del ragazzo scrisse Benedetto Croce: “Pomponio de Algerio da Nola: un martire, dunque, dell'intolleranza ecclesiastica, nato in Nola pochi anni prima che vi nascesse un altro, il cui nome è sulle bocche di tutti, e la cui vita ha tanti punti di somiglianza con quella dell'Algerio. Senza dubbio Giordano Bruno, nella sua fanciullezza, dové udir raccontare con religioso raccapriccio la sorte toccata al suo compaesano, eretico, in Roma e chi sa che, fin d'allora, quell'eroica morte non esercitasse confusamente sul suo animo una misteriosa attrattiva; e chi sa se in seguito, nel carcere a Venezia e a Roma, il destino di Pomponio de Algerio non gli tornasse alla mente, come visione del proprio destino, e forse anche come conforto nella lotta contro ogni umana viltà e nel saper morire per la propria fede”.

Fabio Casalini






Bibliografia
Benedetto Croce, Pomponio de Algerio in Id., Aneddoti di varia letteratura, vol. II, Laterza, Bari 1953

Giuseppe De Blasiis, Processo e supplizio di Pomponio de Algerio Nolano in “Archivio storico per le province napoletane”, XIII, 1888

Carlo De Frede, Pomponio Algieri nella riforma religiosa del Cinquecento, Ferentino, Napoli 1972 

Silvia Ferretto, Nuovi contributi su Pomponio Algieri. Le forme del dissenso ereticale nella Padova del Cinquecento in “Studi Veneziani”, n.s., XLIX, 2005

Silvia Ferretto, In margine ad un fascicolo processuale (1558–1561): Ippolito Craya, Pomponio Algieri e la cultura padovana nel XVI secolo in Achille Olivieri (a cura di), Le trasformazioni dell’Umanesimo fra ‘400 e ‘700: evoluzione di un paradigma, Unicopli, Milano 2008


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